domenica 4 dicembre 2011

Ma che bel stornello...

L'inverno si avvicina e gli storni si danno appuntamento sugli alberi delle nostre città.
Passerei le ore a guardare le evoluzioni che compiono, in un apparentre caos organizzato, macchie cangianti dal nero intenso al grigio rarefatto.

Sul sito Roma Sparita ho trovato questa citazione da un opera di Italo Calvino.
Non posso scrivere nulla in più sull'argomento.

C'è una cosa straordinaria da vedere a Roma in questa fine d'autunno ed è il cielo gremito d'uccelli. Il terrazzo del signor Palomar è un posto d'osservazione, da cui lo sguardo spazia sopra i tetti per un'ampia cerchia d'orizzonte. Di questi uccelli, egli sa solo quello che ha sentito dire in giro: sono storni che si raccolgono a centinaia di migliaia, provenineti dal Nord, in attesa di partire tutti insieme per le coste dell'Africa. Di notte dormono sugli alberi della città, e chi parcheggia la macchina sul Lungotevere, al mattino, è obbligato a lavarla da cima a fondo.

Dove vadano durante il giorno, che funzione abbia nella strategia della migrazione questa sosta prolungata in una città, cosa significhino per loro questi immensi raduni serali, questi caroselli aerei come per una grande manovra o una parata, il signor Palomar non è ancora riuscito a capirlo.  Le spiegazioni che si danno sono tutte un po' dubbiose, condizionate da ipotesi, oscillanti tra varie alternative; ed è naturale che sia così, trattandosi di voci che passano di bocca in bocca, ma si ha l'impressione che anche la scienza che dovrebbe confermarle o smentirle sia incerta approssimativa. Stando così le cose, il signor Palomar ha deciso di limitarsi a guardare, a fissare nei minimi dettagli il poco che riesce a vedere, tenendosi alle idee immediate che gli suggerisce ciò che vede.
Nell'aria viola del tramonto egli guarda affiorare da una parte del cielo un pulviscolo minutissimo, una nuvola d'ali che volano. S'accorge che sono migliaia e migliaia: la cupola del cielo ne è invasa. Quella che fin quì gli era sembrata un'immensità tranquilla e vuota si rivela tutta percorsa da presenze rapidissime e leggere.
Rassicurante visione, il passaggio degli uccelli migratori, associato nella nostra memoria all'armonico succedersi delle stagioni; invece il signor Palomar sente come un senso d'apprensione. Sarà perchè questo affollarsi del cielo ci ricorda che l'equilibrio della natura è perduto? O perchè il nostro senso d'insicurezza proietta dovunque minacce di catastrofe?

Da "Palomar"
di Italo Calvino

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